Il cosiddetto equo compenso per copia privata rappresenta uno degli esempi più emblematici di come le decisioni istituzionali possano incidere in modo negativo sul mercato e sui consumatori. Come fatto notare da ASMI, la misura, stabilita attraverso dei decreti del Ministero della Cultura, impone un contributo su una vasta gamma di dispositivi, generando ogni anno un flusso economico di circa 150 milioni di euro.
Il meccanismo del compenso per copia privata
Il compenso grava su smartphone, tablet, computer, supporti di memoria e dispositivi di registrazione. La ratio normativa è quella di indennizzare gli autori per la riproduzione privata di opere protette, effettuata senza scopo di lucro. Non si tratta quindi di una misura contro la pirateria, ma di un prelievo generalizzato che prescinde dall’uso effettivo del dispositivo.
Dal punto di vista tecnico, il contributo viene applicato a monte, nella fase di commercializzazione, e finisce per riflettersi sui prezzi finali. In alcuni casi, secondo le associazioni di settore, l’importo del compenso può avvicinarsi o superare il costo industriale del supporto stesso, con effetti distorsivi sul mercato e sulla competitività dei canali legali.
Un nodo irrisolto per il Parlamento
Secondo quanti sottolineato da ASMI, nel corso degli anni il Mic ha mantenuto una linea di sostanziale continuità recependo sistematicamente le istanze della Siae, indipendentemente dal colore politico dei governi. Dai primi decreti, fino alle posizioni sostenute più di recente, il modello non ha subito revisioni strutturali. Anche sotto l’attuale gestione ministeriale non si registrerebbero delle discontinuità .
Questo rapporto ha portato a un sistema percepito come impermeabile alle critiche. Le associazioni dei produttori hanno contestato più volte la legittimità dei decreti davanti al Tar del Lazio e al Consiglio di Stato. I provvedimenti sono stati però rinnovati senza modifiche rilevanti.
Il Parlamento resta invece ai margini e la riforma della Siae e del sistema di compensazione giacerebbe da anni senza approvazione. L’assenza di un intervento legislativo contribuisce così a mantenere in vita un meccanismo che, secondo alcuni operatori, potrebbe incentivare il mercato parallelo e l’elusione fiscale.

