Meta ha modificato il 19 ottobre i propri termini di servizio, rimuovendo la clausola che sembrava autorizzare l’uso dei contenuti degli account business per addestrare i modelli di intelligenza artificiale. La revisione arriva pochi giorni dopo la pubblicazione di un aggiornamento che aveva suscitato critiche da parte di editori, aziende ed esperti di proprietà intellettuale.
La nuova versione restringe inoltre la destinazione d’uso delle informazioni raccolte dai siti web: non più un generico riferimento ai prodotti e ai servizi di Meta, potenzialmente comprensivo delle attività legate all’IA, ma funzionalità business e pubblicitarie.
La clausola contestata nei termini di servizio
L’aggiornamento iniziale, la cui entrata in vigore era prevista per il 30 ottobre, riguardava tutti gli account business. Accettando i nuovi termini, anche in assenza di un’azione esplicita da parte dell’utente, le aziende avrebbero concesso a Meta il permesso di utilizzare i contenuti presenti sui propri siti.
La formulazione consentiva a Meta di impiegare queste informazioni per “fornire, sviluppare, migliorare, studiare, addestrare e garantire l’integrità dei prodotti, dei servizi e delle funzionalità di Meta Company”. Il verbo “addestrare” aveva attirato immediatamente l’attenzione perché rappresenta un riferimento diretto al funzionamento dei sistemi di IA generativa e dei modelli linguistici.
La clausola non specificava in modo esplicito quali modelli sarebbero stati coinvolti, né distingueva tra le diverse categorie di contenuti. Il timore espresso dagli osservatori era quindi che il materiale raccolto potesse alimentare sistemi di intelligenza artificiale senza una richiesta di autorizzazione separata ai titolari dei diritti e senza il pagamento di licenze.
Secondo l’esperto di proprietà intellettuale Matt Topic, il valore delle licenze per utilizzare contenuti di questo tipo potrebbe raggiungere molti milioni di dollari. La questione si inserisce nel più ampio confronto sull’impiego di testi, immagini e dati online per lo sviluppo dell’IA, un settore nel quale aziende come Meta, OpenAI, Anthropic e Google con Gemini stanno investendo risorse rilevanti.
Editori e siti di notizie tra i soggetti più esposti
La disposizione avrebbe riguardato ogni account business, ma l’impatto maggiore sarebbe ricaduto sugli editori e sui siti di informazione. I loro articoli avrebbero potuto essere acquisiti, elaborati e successivamente utilizzati all’interno di funzionalità basate sull’IA di Meta.
Il testo dei termini non sembrava limitare la raccolta alle pagine accessibili liberamente. La clausola menzionava anche l’impiego di “credenziali di test”, un passaggio che aveva alimentato dubbi sulla possibilità di accedere a contenuti riservati agli utenti registrati.
Non risultava invece chiarito se la stessa autorizzazione potesse estendersi ai contenuti a pagamento, come articoli disponibili esclusivamente agli abbonati. L’assenza di una distinzione precisa aveva contribuito alle perplessità legali e operative sollevate dopo la pubblicazione dell’aggiornamento.
Il problema centrale, secondo le critiche, non riguardava soltanto l’eventuale uso dei dati, ma anche la difficoltà per i titolari dei contenuti di opporsi. L’accettazione dei termini avrebbe infatti prodotto un’autorizzazione ampia, senza una procedura descritta in modo chiaro per escludere i propri materiali dall’utilizzo da parte di Meta.
Meta modifica due passaggi dopo le critiche
Meta aveva respinto le contestazioni sostenendo che i nuovi termini non avrebbero comportato cambiamenti nel modo in cui l’azienda utilizza i crawler web. Il passo indietro del 19 ottobre ha però introdotto due modifiche sostanziali nella sezione contestata.
La prima consiste nella rimozione del riferimento all’addestramento. Il termine che aveva fatto ipotizzare l’impiego dei contenuti per lo sviluppo dei modelli di IA non compare più nella formulazione aggiornata.
La seconda riguarda lo scopo della raccolta. Il testo non parla più in termini generici dell’utilizzo dei dati per prodotti, servizi e funzionalità di Meta, una definizione che avrebbe potuto includere anche strumenti basati sull’intelligenza artificiale. Le informazioni vengono ora associate a funzionalità rivolte alle aziende e ad attività pubblicitarie.
La modifica riduce quindi l’ampiezza apparente dell’autorizzazione prevista nei termini di servizio. Non cambia però il fatto che Meta continui a descrivere l’utilizzo dei dati raccolti attraverso i siti web all’interno dei propri strumenti commerciali e pubblicitari.
La spiegazione di Meta sull’uso dei dati
Dopo la pubblicazione dei termini aggiornati, Meta ha dichiarato a The Verge che l’intenzione dell’azienda era già quella di utilizzare le informazioni per soli scopi pubblicitari. Secondo questa spiegazione, la revisione non avrebbe modificato la pratica adottata, ma avrebbe reso più esplicita la destinazione dei dati.
La versione iniziale lasciava comunque spazio a un’interpretazione più ampia, soprattutto per la presenza del verbo “addestrare” e del riferimento generale ai prodotti e ai servizi della società. La sua eliminazione ha quindi avuto l’effetto di allontanare, almeno sul piano testuale, l’ipotesi che i contenuti degli account business potessero essere impiegati per allenare modelli di IA.
Il caso si aggiunge alle tensioni già presenti tra piattaforme tecnologiche, editori e titolari dei diritti sull’uso dei contenuti online. Mentre aziende come OpenAI, Anthropic e Google sviluppano sistemi quali ChatGPT, Claude e Gemini, la definizione delle autorizzazioni necessarie per raccogliere dati dal web resta uno dei principali nodi del confronto sull’intelligenza artificiale.

