Il nuovo decreto sulla copia privata firmato dal Ministro della Cultura riaccende il dibattito sulla validità di uno strumento concepito in un contesto molto diverso da quello attuale. A sollevare delle perplessità è l’IsICult (Istituto italiano per l’Industria Culturale) che evidenzia le criticità di un meccanismo di compensazione ritenuto ormai anacronistico in un ecosistema dominato dallo streaming.
Un prelievo “invisibile” su hardware e servizi cloud
Il provvedimento, sottoscritto dal Ministro Giuli, aggiorna il decreto del 30 giugno 2020. Esso ridefinisce i compensi dovuti per la riproduzione privata di opere protette da diritto d’autore che è consentita esclusivamente per uso personale e da fonti legittime.
Il sistema prevede che su ogni acquisto di smartphone, computer, tablet, hard disk, memorie esterne e chiavette usb venga applicato un compenso destinato alla Siae. Quest’ultima lo redistribuisce poi agli aventi diritto tramite la Fondazione Copia Privata Italia. Il nuovo decreto estende il prelievo anche ai servizi cloud.
Nel caso degli smartphone, l’importo varia da 3,3 euro a 9,7 euro in base alla capacita di memoria. Con incrementi tra il 15% e il 40%. Sebbene (formalmente) il compenso sia a carico di produttori e importatori, il costo viene spesso trasferito sul consumatore finale e incide sul prezzo dei dispositivi.
Secondo IsICult, la pratica della copia privata, diffusa nell’era di cd e dvd registrabili, è oggi marginale rispetto alla fruizione in streaming.
La redistribuzione delle risorse dal compenso per la copia privata
La raccolta ha generato circa 120 milioni di euro all’anno nel triennio 2023-2025, dopo un picco di 150 milioni nel biennio precedente. La ripartizione prevede percentuali differenziate tra autori, produttori e artisti ma il livello di trasparenza si limita a queste quote aggregate.
Dal 2016, il 10% del gettito alimenta il fondo “Per Chi Crea”, destinato a giovani autori e creativi, oggetto di una valutazione di impatto limitata al periodo 2016-2018.
IsICult propone quindi una revisione del sostegno al diritto d’autore e ipotizza dei meccanismi di equo compenso a carico di piattaforme come Google, YouTube, Spotify e TikTok.

